Resoconto dal 18° Congresso ECTRIMS

Il 18° congresso ECTRIMS (European Committee for treatment and research in Multiple Sclerosis) si è tenuto a Boston nella settimana dal 10 al 13 Settembre, ed è stato effettuato congiuntamente al congresso ACTRIMS, corrispondente americano del congresso europeo. Piu’ di 8.500 neurologi, ricercatori di base, dipendenti di aziende farmaceutiche e biotech companies hanno presentato risultati e condiviso idee nel contesto di questo congresso. Oltre 1.000 presentazioni orali e poster hanno coperto diversi aspetti della ricerca in ambito di Sclerosi Multipla (SM). Il congresso è stato inaugurato mostrando il video dell’arrivo nella baia di Boston di una barca a vela con un equipaggio composto interamente da persone affette da sclerosi multipla che hanno effettuato la traversata dell’Oceano Atlantico partendo da Copenaghen nel contesto della iniziativa Oceans of Hope (http://www.sailing-sclerosis.com/oceans-of-hope/). L’equipaggio è stato premiato davanti ad una platea di neurologi, ed è stata una dimostrazione di orgoglio e coraggio portata a tutte le persone colpite da questa malattia.

Per quanto riguarda il contributo scientifico, possiamo dividere in 3 parti il riassunto dei tanti contributi scientifici presentati:

1) Nuovi dati sui farmaci usati per rallentare/bloccare la malattia: sono stati presentati numerosi lavori relativi ai farmaci che si utilizzano nella cura della malattia, in particolare per quanto concerne i farmaci di seconda linea (Natalizumab, Fingolimod), i nuovi farmaci orali (Teriflunomide, Dimetilfumarato) e farmaci specifici per forme aggressive di malattia (Alemtuzumab). Si è rimarcata l’importanza di iniziare il trattamento il piu’ precocemente possibile, in ragione del riscontro di danno assonale presente sin dalle prime fasi della malattia. Riguardo ai risultati inerenti nuove terapie, sono da segnalare i risultati di efficacia e sicurezza di uno studio di fase 3 sul Daclizumab (1 iniezione sottocutanea 1/mese), anticorpo monoclonale anti-CD25, che ha mostrato una riduzione del 45% sulla frequenza annualizzata di ricadute nel confronto con una terapia con Interferone beta-1a im 1/settimana. Da segnalare anche dati interessanti relativi ad uno studio di fase 2 su un analogo del Fingolimod (RPC1063, Receptos, Inc.), che presenta una maggiore selettività di azione sul Sistema Nervoso Centrale riducendone gli effetti collaterali a livello sistemico. Infine, buone notizie per il trattamento delle forme Secondariamente Progressive (ci sono studi in corso sulla efficacia del Natalizumab e del Siponimod) e di quelle Primariamente Progressive (ci sono studi in corso sulla efficacia dell’Ocrelizumab e Fingolimod), per i quali la speranza è di avere presto risultati applicabili in ambito clinico.

2) Nuovi dati sulle strategie di recupero dei danni causati dalla malattia: la dr.ssa Marrie (Università del Manitoba) ha presentato interessanti dati che mettono in evidenza il ruolo delle comorbidità (intesa come compresenza di altre patologie aggiuntive alla SM) nell’accellerare il rischio di progressione della malattia, segnalando l’importanza di trattare in maniera aggressiva altre patologie concomitanti in pazienti affetti da SM.

Dati interessanti sono stati anche presentati dalla dr.ssa Teunissen, relativi al colesterolo, che è un importante componente della mielina. Alti livelli di colesterolo nel sangue si associano a segni clinici di progressione di malattia, misurati dimostrando un ridotto spessore delle fibre del nervo retinico, di fatto confermando i dati che supportano l’utilizzo di simvastatina al dosaggio di 80 mg. nelle forme secondariamente progressive con attività infiammatoria di malattia (Chataway, Lancet 2014).

La dr.ssa Lubetzki (Ospedale Salpetriere, Parigi) ha invece descritto i meccanismi e le molecole coinvolte nella attivazione, nel reclutamento e nella guida dei cosiddetti precursori degli oligodendrociti, che sono le preziose cellule in grado di produrre la mielina che dovrebbe essere sostituita nei processi demielinizzanti di malattia, aprendo la strada a possibili approcci terapeutici mirati ad aumentare o diminuire la produzione di suddette molecole (fra queste, da segnalare le Semaforine).

Interessanti anche i dati sulla riabilitazione: la dr.ssa De Giglio (Università La Sapienza di Roma) ha mostrato che il mantenere allenato il cervello con videogiochi (“Dr. Kawashima’s Brain Training™”) permette non solo di aumentare l’attenzione e la velocità di processazione delle informazioni in pazienti SM, ma anche di aumentare la connettività fra aree cerebrali come mostrato da uno studio di MRI funzionale. Similarmente, il dr. Motl (Università dell’Illinois) ha mostrato che l’esercizio fisico aerobico è in grado di aumentare il volume di una area cerebrale, l’ippocampo, importante per la memoria e la capacità cognitiva, nella SM, supportando il concetto che la attività fisica fa bene al fisico ma anche alla mente.

3) Nuovi dati sui fattori di rischio genetici e non, implicati nella malattia:

Il dr. Hafler (Università di Yale) ha riportato i risultati di uno studio collaborativo del Consorzio di Genetica di Sclerosi Multipla (IMSGC, http://www.neurodiscovery.harvard.edu/research/imsgc.html), del quale sono membri i piu’ importanti centri internazionali che si occupano di genetica di SM, che ha permesso di aumentare a 110 il numero delle varianti genetiche al di fuori della regione HLA implicate nella malattia. Il concetto espresso dal dr. Hafler è che ognuna di queste varianti ha un effetto marginale individuale sull’incremento del rischio di malattia, ma è la combinazione di questi geni e soprattutto l’interazione con fattori ambientali ad essere responsabile della insorgenza della stessa. Il dr. De Jager (Harvard’s Brigham and Women’s Hospital, Boston), che ha parlato sempre a nome del consorzio IMSGC, ha mostrato i dati di un nuovo studio che ha analizzato il patrimonio genetico di piu’ di 80.000 malati di SM, aumentando ulteriormente il numero delle varianti genetiche note per essere associate alla malattia, segnalando che la disponibilità di ulteriori dati funzionali ottenuti con esperimenti di laboratorio permetterà in un tempo non troppo lungo di meglio comprendere l’effetto di queste varianti sulla malattia. Uno studio dell’Università di San Francisco (UCSF) ha scoperto sette nuovi geni non precedentemente noti per essere associati alla SM che aumentano il rischio di malattia solo nei soggetti afro-americani con SM, a possibile spiegazione della maggiore severità di malattia in questo gruppo etnico. Uno studio condotto dalla University of British Columbia su una famiglia con 7 individui affetti da SM, prevalentemente nella variante progressiva, ha permesso di scoprire una mutazione a livello di un nuovo gene, chiamato NR1H3, che ha un ruolo di inibizione di geni infiammatori. Sono stati anche presentati interessanti dati in ambito di farmacogenomica, che segnalano che una combinazione di 11 varianti genetiche a livello di diversi geni di potenziale interesse (MBP, o proteina basica della mielina; regione MHC; gene trasportatore del glutammato) è associata ad una importante riduzione della frequenza annualizzata di ricadute in individui in terapia con Glatiramer Acetato. In ultimo, i fattori di rischio ambientali: uno studio su forme pediatriche di SM ha mostrato che ridotti livelli di vitamina D nel sangue  sono associati ad un maggiore rischio di avere ricadute di malattia solo nei bimbi portatori della variante genetica di rischio presente nella regione HLA, chiamata HLA-DRB1*15:01/03. Ancora piu’ interessante uno studio condotto dalla dr.ssa Cortese (Università di Bergen, Norvegia), che ha mostrato che individui sani che avevano introdotto una supplementazione di olio di fegato di merluzzo nella dieta (sostanza in grado di aumentare i livelli di vitamina D) nel periodo di età compreso fra i 13 ed i 18 anni mostravano una riduzione del 50% del rischio di sviluppare la patologia. In ultimo, la dr.ssa Rotstein (Harvard’s Brigham and Women’s Hospital, Boston) ha studiato la relazione fra diverse diete, inclusa quella mediterranea, ed il rischio di SM nelle donne, riportando che nessuna di queste diete è realmente in grado di prevenire la malattia, e che comunque ulteriori studi debbano essere fatti in futuro a riguardo.

Ulteriori informazioni sono acquisibili attraverso il sito del congresso: http://www.msboston2014.org/

Dott. Filippo Martinelli Boneschi – martinelli.filippo@hsr.it