AGGIORNAMENTI SULLA SCLEROSI MULTIPLA: DIAGNOSI, VIRUS EBV E NUOVE FRONTIERE DELLA RICERCA
L’inizio del 2026 ha portato risultati di grande rilievo nella ricerca sulla sclerosi multipla, con pubblicazioni su alcune delle riviste scientifiche più prestigiose al mondo. Due importanti studi hanno approfondito il legame tra il virus di Epstein-Barr (EBV) e la sclerosi multipla, un tema che negli ultimi anni ha rivoluzionato la comprensione delle origini della malattia. Un terzo studio, pubblicato sulla rivista Science, ha invece cambiato la nostra visione dei meccanismi di riparazione della mielina nel cervello, aprendo nuove prospettive terapeutiche. In questo aggiornamento presentiamo i tre lavori, cercando di spiegarne il significato e le possibili ricadute per le persone con sclerosi multipla.
Il primo studio, pubblicato a febbraio 2026 sulla rivista Nature Immunology da un gruppo di ricercatori dell’Università della California a San Francisco (UCSF), rappresenta un passo avanti fondamentale nella comprensione del legame tra il virus di Epstein-Barr e la sclerosi multipla. Ricordiamo che nel 2022 un grande studio epidemiologico aveva dimostrato che l’infezione da EBV aumenta di oltre 30 volte il rischio di sviluppare la malattia, ma il meccanismo attraverso cui il virus contribuisce alla sclerosi multipla restava in gran parte misterioso. Lo studio della UCSF ha analizzato il liquido cerebrospinale e il sangue di persone con SM e di controlli sani utilizzando tecniche avanzate di sequenziamento a singola cellula. I ricercatori hanno identificato 23 popolazioni di linfociti T citotossici (le cosiddette cellule CD8+, un tipo di globulo bianco specializzato nell’eliminare le cellule infette) particolarmente espanse e attivate nel liquido cerebrospinale dei pazienti con SM. La scoperta più significativa è che sei di queste popolazioni sono risultate specificamente dirette contro il virus di Epstein-Barr. Inoltre, nel liquido cerebrospinale delle persone con SM sono state trovate tracce del DNA del virus e dei suoi trascritti, suggerendo che EBV potrebbe essere attivo all’interno del sistema nervoso centrale.
Un dato particolarmente impressionante è che queste cellule immunitarie specifiche per EBV erano da 10 a 100 volte più concentrate nel liquido cerebrospinale rispetto al sangue, indicando un’intensa attività immunitaria proprio all’interno del sistema nervoso. Questi risultati suggeriscono che il virus potrebbe riattivarsi periodicamente nel cervello delle persone con SM, scatenando una risposta immunitaria locale che contribuisce all’infiammazione e al danno neurologico. Questa scoperta è di grande importanza perché apre la strada a strategie terapeutiche mirate contro il virus, come vaccini anti-EBV o terapie con cellule T specifiche, che potrebbero in futuro affiancare o sostituire i trattamenti immunosoppressivi attualmente disponibili.
Il secondo studio, pubblicato a marzo 2026 su JAMA Neurology, ha invece esplorato un’applicazione clinica concreta del legame tra EBV e sclerosi multipla. La ricerca, coordinata dal Centro di Virologia dell’Università Medica di Vienna e condotta in collaborazione con centri in Germania e negli Stati Uniti, ha coinvolto un totale di 2.091 pazienti con malattie neuroinfiammatorie e 1.976 controlli sani. L’obiettivo era verificare se gli anticorpi diretti contro specifiche proteine del virus di Epstein-Barr potessero aiutare a distinguere la sclerosi multipla da altre malattie del sistema nervoso che possono presentarsi in modo simile, in particolare la malattia associata agli anticorpi anti-MOG (MOGAD) e il disturbo dello spettro della neuromielite ottica (NMOSD).
Distinguere la SM da queste altre condizioni è fondamentale nella pratica clinica, perché i trattamenti sono diversi e un errore diagnostico può avere conseguenze significative. I risultati dello studio sono stati notevoli: il 96,2% dei pazienti con SM presentava livelli persistentemente elevati di anticorpi contro un peptide specifico della proteina EBNA-1 del virus, mentre solo il 7,7% dei pazienti con MOGAD e il 18% di quelli con NMOSD mostravano lo stesso profilo. Questo significa che un semplice esame del sangue, ripetuto nel tempo, potrebbe diventare uno strumento diagnostico prezioso per distinguere queste malattie nei casi dubbi. Si tratta di un risultato con potenziali ricadute dirette sulla pratica clinica, che potrebbe accelerare e rendere più accurata la diagnosi, soprattutto nelle fasi iniziali della malattia quando i sintomi possono essere simili tra queste diverse condizioni.
Il terzo studio di questo aggiornamento sposta l’attenzione dal virus alla riparazione del danno, un tema centrale per chiunque conviva con la sclerosi multipla. Lo studio, pubblicato a gennaio 2026 sulla rivista Science dal gruppo del professor Dwight Bergles della Johns Hopkins University School of Medicine, ha cambiato radicalmente la nostra comprensione di come il cervello produce la mielina, la guaina protettiva che riveste le fibre nervose e che viene danneggiata nella sclerosi multipla. Fino ad oggi si riteneva che le cellule precursori degli oligodendrociti (OPC), le cellule staminali del cervello adulto da cui originano le cellule produttrici di mielina, si attivassero principalmente in risposta al danno, differenziandosi in oligodendrociti maturi soprattutto nelle aree dove la mielina era stata perduta.
Lo studio ha invece dimostrato che questo processo avviene in modo continuo e costante in tutto il cervello, indipendentemente dalla presenza di danni. I ricercatori hanno identificato un marcatore molecolare specifico del momento in cui le OPC iniziano la loro trasformazione in oligodendrociti: durante questa fase, le cellule modificano la matrice extracellulare che le circonda, formando strutture caratteristiche che i ricercatori hanno chiamato DACS (dall’inglese “dandelion clock-like structures”, per la loro somiglianza con il soffione del tarassaco). Questo marcatore è stato confermato in diverse specie di mammiferi, incluso l’uomo. La ricerca ha inoltre evidenziato che questo processo di differenziazione diminuisce con l’età e viene ulteriormente rallentato dall’infiammazione, il che potrebbe spiegare perché la riparazione della mielina diventa sempre meno efficiente nelle persone con SM nel corso del tempo. Questa scoperta è particolarmente rilevante perché offre nuovi bersagli per terapie che puntino a potenziare i meccanismi naturali di rimielinizzazione del cervello, agendo sull’ambiente infiammatorio che ostacola la maturazione delle cellule precursori.
I tre studi presentati in questo aggiornamento dipingono un quadro ricco di sviluppi significativi. La ricerca sul virus di Epstein-Barr sta passando dalla fase della scoperta epidemiologica a quella della comprensione dei meccanismi molecolari e delle applicazioni cliniche: oggi sappiamo non solo che il virus è coinvolto nella SM, ma anche come le cellule immunitarie lo riconoscono nel sistema nervoso centrale e come i suoi anticorpi possano essere utilizzati come strumento diagnostico. Parallelamente, lo studio sulla rimielinizzazione ci offre una nuova visione dei processi riparativi del cervello e delle ragioni per cui questi diventano meno efficienti con la malattia. Queste conoscenze, pubblicate sulle migliori riviste scientifiche internazionali, rappresentano i mattoni con cui si costruiranno le terapie di domani.
Dr.ssa Gloria Dalla Costa
Neurologo
Bibliografia
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- Vietzen H, Kühner LM, Berger SM et al. Epstein-Barr Virus Antibodies to Differentiate Multiple Sclerosis From Other Neuroinflammatory Diseases. JAMA Neurol. 2026 Mar 9:e260240. doi: 10.1001/jamaneurol.2026.0240. Epub ahead of print. PMID: 41801194; PMCID: PMC12973216.DOI: 10.1001/jamaneurol.2025.0327
3. Mironova YA, Dang B, Heo D, et al. Myelin is repaired by constitutive differentiation of oligodendrocyte progenitors. Science. 2026 Jan 22;391(6783):eadu2896. doi: 10.1126/science.adu2896. Epub 2026 Jan 22. P

